1. Vado all’Assemblea Nazionale del PD. So di non essere sola.

    Parto per Roma. Vado all’Assemblea Nazionale del PD.

    Come sempre del resto, ne faccio parte e ritengo doveroso esserci sempre. Per rispetto verso chi nell’ormai lontano 2009 mi ha dato fiducia e mi ha consentito di essere eletta (sostenevo allora la Mozione Marino e a Milano abbiamo fatto un bel risultato). Sono dettagli? Per me no.
    Non tutti/e lo fanno, forse pensano che sia poco “chic” partecipare a queste assisi, dove sei uno di mille e dove raramente si riesce ad avere un “ruolo” che vada al di là dell’alzare la propria delega a favore o contro.

    Questa volta ci vado con uno spirito diverso.
    Mi sento addosso una responsabilità non da poco.

    Il PD si gioca una partita importantissima e i segnali fin qui arrivati non sono certo ben auguranti.
    Vado non solo a nome mio. Vado per conto dei tantissimi, iscritti e non, con cui sono entrata in contatto in quest’ultimo periodo.
    Vado e a maggior ragione questa volta ragionerò con la mia testa.
    Con la mia testa di signora di mezz’età, che di lavoro si occupa di comunicazione, nativa del PD, che proprio non ce la fa ad “adeguarsi”, ad accettare i cinici, i furbi, le pochezze che ho visto purtroppo scorrere davanti a me in questi quasi 5 anni di vita del PD.
    So di non essere sola.
    Per questo vado a Roma con il pacchetto di idee, aspettative, dubbi, incazzature raccolti in questi giorni.
    Per quanto mi sarà possibile farò in modo che il PD esca da questa Assemblea nel modo migliore possibile.
    Non si può sbagliare questa volta.

  2. La lettera che scrissi al PD nell’ottobre del 2011

    Ho pensato di condividere oggi quanto avevo scritto nell’ottobre 2011 a tutta la Direzione del PD metropolitano milanese, quando il segretario Cornelli aveva deciso di “rifare” la segreteria e io avevo espresso la mia intenzione di non farne più parte (evitando così di farmi “giubilare” malamente, come è successo a tutti gli altri che ne facevano parte).
    Mi sembra che quanto avevo scritto un anno e mezzo fa sia sempre valido. Anzi, forse di più, alla luce di quanto sta succedendo nel PD milanese in questi giorni.

    L’ho scritto ieri: credo che sia un’intera “generazione politica”  (dunque non solo anagrafica) che a questo punto dovrebbe farsi da parte. Hanno tutti enormi responsabilità sul dove siamo, purtroppo, arrivati.
                                                                       

    Milano, 11 ottobre 2011

    Gentili tutti,
    eccomi a spiegarvi i motivi che mi hanno spinto a lasciare il mio incarico nella segreteria metropolitana.
    In questo ultimo anno e mezzo (ma forse è anche di più) ho dedicato moltissimo tempo al nostro PD, cercando di ottemperare al meglio al mio ruolo, mettendo a disposizione, oltre al tempo, le mie energie, il mio entusiasmo, la mia passione.
    Ho cercato di essere il più possibile leale e corretta nei confronti del segretario Casati prima e di Cornelli dopo e del partito tutto, anche quando non ero d’accordo, nell’idea che far parte di un organismo dirigente comporti anche questo.

    Il tempo dedicato al PD è stato sottratto alla mia vita professionale.
    Ora devo per forza riprendere le fila del mio lavoro.
    Conto di continuare a impegnarmi nel partito ma non posso più permettermi di avere un incarico di dirigente, per come ho inteso io questo ruolo.

    Il bilancio di questa esperienza è misto.
    C’è prima di tutto la grande soddisfazione di aver contribuito alla vittoria delle elezioni milanesi.
    Il giorno della vittoria di Pisapia, mentre mi aggiravo incredula e felice per piazza Duomo, ho pensato che forse potevo anche “smettere”. In fondo l’obiettivo principale del mio ri-mettermi qualche anno fa a fare politica attiva, far vincere il centro sinistra a Milano, era stato raggiunto.
    Poi ho pensato che si sarebbe aperta una fase nuova a Milano, piena di cose da fare e che dunque valeva la pena continuare (su questo ci sarebbe da aprire un capitolo, ahimé non proprio bellissimo, su quanto poco, finora, si sia riusciti a partecipare e fare. Ma forse vale la pena dare ancora un po’ di tempo per capire se davvero è così e per provare a modificare quello che non va).

    C’è però anche una forte delusione per non essere riuscita, come avrei voluto, a far contare sufficientemente quello che ho sempre ritenuto essere il mio personale valore aggiunto: una competenza professionale solida e una rete di contatti larga e di qualità.
    Più una qualche saggezza che mi viene dall’esperienza della mia vita personale e professionale.

    Ho avuto la sensazione che il mio valore aggiunto sia stato usato da qualche singolo per un proprio percorso personale ma quasi per nulla dal partito, inteso come progetto collettivo.
    Un peccato.

    Cito a titolo di esempio un episodio che è a mio parere paradigmatico di questo corto circuito negativo tra il mio valore aggiunto e il partito: l’anno scorso, in occasione dell’incontro da me organizzato alla Festa democratica sul tema della comunicazione, avevo invitato il vice direttore del Corriere della Sera e il direttore della comunicazione di Mediaset (due persone che difficilmente sarebbero arrivate alla nostra Festa). Ho cercato in ogni modo di far passare il “valore” di queste presenze. Niente da fare, l’incontro (che coincideva oltretutto con la premiazione del “Premio della Comunicazione dei circoli”, uno dei tanti tentativi fatti per cercare di dare importanza, visibilità e senso a quanto fatto dai nostri iscritti) è stato sostanzialmente ignorato da quasi tutti, così come sono stati ignorati gli ospiti da me invitati.
    Dal mio punto di vista un’occasione sprecata.

    Mi sono interrogata a lungo sul perché sia così difficile che una persona come me, riesca a essere davvero una risorsa positiva per il PD, non solo come semplice iscritto ma come “dirigente” del partito.
    Un po’ di tempo fa, quando sono stata cooptata per la segreteria, la scelta di una persona come me, con scarsa esperienza di partito, mi era stata motivata con la volontà di far entrare nell’ambito decisionale persone con caratteristiche “nuove” (facendo una sintesi brutale, quelle che arrivavano dalla cosiddetta società civile).
    Bene, se devo fare un bilancio devo dire che l’esperimento non è molto riuscito.
    Non riesco a vedere grandi tracce del mio passaggio (e con me di tanti altri che, purtroppo, progressivamente, hanno abbandonato il PD). Sicuramente io ho la mia parte di responsabilità. Evidentemente ho sbagliato qualcosa se non sono riuscita a raggiungere il mio obiettivo.

    Non mi viene da attribuire responsabilità “personali” a nessun altro.
    Credo però ci sia un meccanismo “perverso” che fa sì che il nostro PD si caratterizzi soprattutto per storie personali, con tutto il peso che alcune, troppe, hanno avuto, hanno e temo continueranno ad avere sulla vita e l’indirizzo del partito, e poco per un percorso collettivo in cui ciascuno di noi contribuisce a costruire un pezzetto, ciascuno con le proprie caratteristiche e il proprio specifico ma senza venir meno al senso di un progetto comune.

    Non so davvero come si possa andare oltre questa pratica. Io non ho trovato una soluzione. So solo che finché il PD non si libererà di questa gabbia delle appartenenze, del  continuo distinguo, temo farà fatica a fare il salto che tutti auspichiamo: diventare un partito di governo affidabile ed efficace, a Milano e nel Paese.
    Anche la questione “generazionale”, di per sé giusta e condivisibile rischia di diventare un modo per distinguersi senza riuscire a essere decisi e determinanti se non si è portatori di una giovinezza non solo anagrafica ma anche e soprattutto di stile e di modi di fare la politica.

    Il mio impegno nel partito comunque continuerà.
    Vorrei che riuscissimo a recuperare quel senso positivo di competitività costruttiva che ha caratterizzato ad esempio la fase congressuale. In quel periodo ci siamo credo tutti un po’ arricchiti e siamo riusciti a creare attenzione e consenso intorno al nostro partito.
    Salvo poi rinchiuderci subito dopo in un percorso rivolto troppo al nostro interno e troppo poco all’esterno. Con il risultato che si fa sempre più fatica a capire, noi per primi, quali sono i nostri contenuti e obbietivi e come intendiamo muoverci per raggiungerli.

    Ho finito. Spero che queste mie considerazioni possano essere per voi di una qualche utilità.

  3. Giornata mondiale della poesia 2013. Io ho scelto questa

     Fuori programma  

    Luce di notte di pioggia
    che mi trovi di nuovo dentro
    casa, maglietta sporca e
    tuta in disuso,
    con davanti un videogame
    per mitridatizzare il dolore
    e non dare retta alla
    numerologia delle ore con nei polmoni l’affanno
    d’un vecchio che, bici in mano,
    arranca in salita
    e la parte sinistra del cervello
    che ride,
    perché da queste parti
    sono passate ed andate
    tempeste molto più perfette eppure qualcosa non va via,
    sarà per il blackout della sua voce
    che interrompe il mio patto con la luce,
    luce di notte di pioggia
    che mi trovi in giro
    con per mano altre mani,
    ma un radar negli occhi
    per cercare sue tracce.
     
    E.E. Cummings

  4. Piccole folgorazioni in occasione dell’Otto marzo

    Il bello della lettura è trovare improvvisamente, talvolta dove non te lo aspetti, piccole folgorazioni, che vanno ad arricchire la riflessione che si porta costantemente avanti. Perché non siamo mai del tutto definite, mai del tutto risolte, mai del tutto “cresciute”.

    Eccone una, per festeggiare in modo non troppo banale l’Otto marzo. Mi ci ritrovo molto.

    L’ho trovata nell’ultimo libro pubblicato in Italia di Alicia Giménez-BartlettGli onori di casa” (Sellerio, 2013).

    “…già da un pezzo le difficoltà hanno smesso di apparirmi una sfida, per trasformarsi in quello che sono veramente: una grana in più. Non sono una donna fatta per le sfide, la mia mente non si affina davanti alle difficoltà, né il mio impeto raddoppia davanti alle barriere. Non capisco la gente che si prefigge mete sempre più elevate. Per me sono marziani gli alpinisti che scalano vette inarrivabili fino a ritrovarsi con i piedi congelati, e gli atleti che, raggiunto il traguardo, crollano a terra schiantati dalla fatica. Decisamente, la mia natura è meno passionale, a muovermi è un’intenzione che definirei scientifica, se così riesco a farmi capire. Gli scienziati agiscono spinti dall’ansia di sapere, non da cocciutaggine insensata che conduce sempre lungo una linea ascendente. Forse che Madame Curie, scoprì il radio a forza di esclamare “Il premio Nobel me lo devo guadagnare io, costi quel che costi?”. No, per me, e immagino anche per Madame Curie, le cose si fanno per il desiderio di arrivare sa qualche parte, per la necessità di rendere più chiaro ciò che si cela nell’oscurità. Però, una volta giunti nel porto, perché continuare a gareggiare con sé stessi, perché uscire di nuovo in mare alla ricerca di terre più lontane? No. Bisogna saper accettare i propri limiti, saperci convivere, tenerne conto ogni volta che si intraprende una nuova attività.
    Sarà che ormai i miei limiti li conosco, so bene il peso che hanno nella mia vita, o sarà che semplicemente sono molto più conservatrice di quanto sia disposta ad ammettere.”

  5. Partito Democratico ed il coraggio per ripartire

    Il Partito Democratico in queste giornate post elettorali vive un clima teso, per usare un eufemismo. Quella che era da mesi una vittoria annunciata si è trasformata in una débâcle dolorosa. In pochi mesi, da fine novembre a fine febbraio, si è passati dal 36% del consenso attribuito al PD da tutti i sondaggi nella fase delle primarie per la leadership, al 25% di voti ottenuti nella realtà. Un risultato sconfortante. Si stanno sprecando (in senso buono e meno buono) fiumi di parole per cercare di interpretare le ragioni che hanno portato a questa situazione.

    Credo sarebbe ora interessante capire quali sono le possibilità di riprendere la rotta (per seguire, solo per questa volta, la metafora di Bersani “posso essere capitano o mozzo”). 

    Innanzitutto credo sia necessario un bagno di umiltà. Da parte di tutti. Perché diciamolo, in molti sentivano che l’aria che tirava non era più tanto a favore ma nessuno, credo, aveva immaginato un risultato così penalizzante per la proposta politica del centrosinistra. Eppure è successo. E’ evidente che il progetto proposto da Bersani ai cittadini elettori non è piaciuto. Colpa loro, degli elettori cattivi e beceri che “non ci capiscono”? (si veda a questo proposito quanto scrive Pietro Raffa)

    No. Forse il Partito Democratico ha proposto un progetto conservativo, generico, fumoso “un po’ di…”, difficile riuscisse a essere attraente. Un progetto così poco strutturato diventa poi complicato da trasmettere. E così, durante la campagna elettorale, Bersani si è trovato “costretto” a ricorrere al solito vecchio trucco, “l’appartenenza”. “Noi” siamo dalla parte giusta, gli “altri” no. Peccato che tra gli “altri” ci fossero anche quei cittadini elettori che sarebbe stato necessario convincere.

    Chi ha fatto campagna elettorale sa bene com’è andata. Riuscendo a fatica a tenere gli “elettori di sempre”, quasi mai a spostare qualche incerto, indeciso, confuso. Non c’erano argomenti propositivi, solo oppositivi. E di questi tempi, non avere in mano un progetto serio e concreto per il futuro, poche e chiare parole d’ordine che possano aprire una prospettiva positiva, fa la differenza. E la differenza c’è stata e si è vista. 

    Cosa può succedere adesso? Quali possono essere le vie di uscita per ricominciare?

    In un momento così non servono i piccoli aggiustamenti, la normale manutenzione, serve coraggio e audacia.

    Quella che fin qui è mancata a larga parte del PD e, soprattutto, a larga parte degli elettori del PD, quel “popolo delle primarie” che ha scelto, con poco entusiasmo, “l’usato sicuro” senza neanche prendere in considerazione l’altra opzione, catalogata con fastidio come “spuria” per essere gentili. Una mancanza totale di visione. Eppure basterebbe usare un po’ di buonsenso, quello che la maggioranza di noi conosce e pratica nella vita professionale lavorativa.

    Per essere competitivi e vincenti si cerca di utilizzare al meglio le proprie risorse. Si ragiona per qualità, competenze, capacità. Nell’idea che i talenti siano una risorsa preziosa, non qualcosa da allontanare o peggio demonizzare, perché mette in discussione la nostra “posizione acquisita”.

    Ecco, il momento è arrivato per provare ad applicare questi criteri anche nello specifico della politica, in particolare del Partito Democratico. Per usare una metafora sportiva (non di calcio però) è arrivato il momento di far scendere in campo il quintetto base migliore. Nel PD e intorno al PD c’è solo l’imbarazzo della scelta se si vuole mettere in campo un team vincente. Con un coach all’altezza del livello della competizione. E’ sufficiente applicare a sé stessi quello che si predica, spesso con grande supponenza, agli altri: privilegiare merito, competenza, capacità. E abbandonare una volta per tutte la logica, deleteria, della “fedeltà” a questo o a quel “capo bastone”, il “giovane” che fa carriera non “per quello che conosce ma per chi conosce” (questa è una citazione al contrario di una delle frasi più efficaci di Matteo Renzi).

    Se il PD, i suoi dirigenti in primis ma anche i suoi iscritti (sempre di meno purtroppo) sapranno guardarsi con umiltà  - abbandonando la spocchia fastidiosa che li ha caratterizzati fin qui, riconoscendo gli errori ma con la consapevolezza di avere comunque un patrimonio straordinario e unico – bè, allora forse sarà la volta buona che si riuscirà a fare davvero “qualcosa per l’Italia”.

    Postilla. Comunque la si guardi la competizione politica, interna ed esterna, è ancora tutta al maschile. Molto muscolare, sempre a vedere “chi ce l’ha più lungo”. Sarebbe auspicabile andare oltre “abbiamo il 40% di donne in Parlamento” (per carità, indiscutibilmente un ottimo risultato) che rischia di lasciare il tempo che trova, e cominciare a far entrare in gioco per davvero la sensibilità, l’ingegno, la capacità di mediazione propria delle donne. Sempre tenendo a mente che anche per loro vale la “selezione” di merito di cui si è detto sopra.

    Pubblicato 03/03/2013 su http://www.termometropolitico.it/35637_partito-democratico-ed-il-coraggio-per-ripartire-bersani.html

  6. Un voto “responsabile” (e smacchiamolo una volta per tutte il giaguaro!)

    Domenica 24 e lunedì 25 si voterà per il rinnovo del Parlamento e del Consiglio regionale della Lombardia.

    Questa volta ci sono anche io tra i candidati, al numero 27 della lista del Partito Democratico per la Camera Lombardia 1.

    Non ci sono per caso.

    Ci sono innanzitutto perché ho partecipato alle Primarie del PD per la scelta dei parlamentari.

    Grazie a tanti di voi che mi hanno dato una mano ho raggiunto un ottimo risultato personale, un bagaglio per me davvero prezioso.

    Ho ritenuto giusto e corretto accettare di essere inserita nella lista del PD, anche se la mia posizione difficilmente mi consentirà di essere eletta (ma come si suol dire, mai dire mai!).

    Ci sono soprattutto perché credo che il progetto di governo del PD e della coalizione sia quello a me più affine.

    In questi giorni si sente parlare molto di “voto utile”, nell’idea di non disperdere i consensi in liste che difficilmente riusciranno a raggiungere il quorum necessario per entrare in Parlamento.

    A me piace parlare di voto “responsabile”.

    In questi anni di partecipazione alla vita politica, sia nel Partito Democratico, sia nel contesto più generale, mi sono sempre più convinta che non esista una proposta politica, un candidato che possano corrispondere al 100% alle mie/nostre aspettative.

    E’ così nella vita personale, sociale, lavorativa. Siamo sempre “costretti” ad adeguare il nostro “ideale” alla realtà che difficilmente è come vorremmo.

    Ed è così anche per la politica. Mi viene da dire che “è la vita, bellezza”.

    Questo non significa rinunciare all’idea di poter comunque portare un cambiamento, anzi.

    E’ quello per cui mi sono battuta e continuerò a battermi.

    Non a caso ho sostenuto convintamente Matteo Renzi alle primarie nazionali, per provare a spingere su un rinnovamento profondo e di sostanza, non solo formale.

    E anche se Matteo Renzi non ha vinto la competizione delle primarie, credo che comunque si sia aperto un percorso utile e importante.

    Apprezzo e condivido la sua scelta di rimanere e di spendersi nel contesto del Partito Democratico che, pur con tutti i limiti, le difficoltà, le incertezze, è un luogo aperto, di incontro e di confronto unico nel panorama politico attuale.

    Sono convinta che con Pierluigi Bersani Presidente del Consiglio e Umberto Ambrosoli Presidente della nostra Regione, si potrà aprire un nuovo scenario.

    Sicuramente non facile, perché il contesto della “crisi” è complesso e di non facile soluzione.

    Ma sono fiduciosa che saremo capaci di recuperare il significato etimologico della parola “crisi” come scelta e opportunità.

    Buon voto a tutti (e smacchiamolo una volta per tutte il giaguaro!)

  7. E diamogliela sta smacchiatina al giaguaro! →

    In una battuta Pierluigi Bersani misura la distanza con Silvio Berlusconi.

  8. Insomma, io la mia personalissima campagna elettorale, dal numero 27 della lista, l’ho fatta anche così

    Come altri giovedì sera ho passato un po’ di tempo al presidio fuori dal mezzanino della metropolitana in Stazione Centrale dove è allestito un ricovero temporaneo per le persone senza fissa dimora.
    Stasera ho pensato che lì c’è una sintesi abbastanza efficace della nostra città.
    C’è la Stazione Centrale, per me che non sono nata a Milano luogo simbolico e per certi versi affascinante dell’approdo e del rifugio per chi non sa dove andare.
    Ci sono le persone che non possono permettersi nulla di meglio per dormire. Con le loro storie di sconfitte e i loro bagagli miseri. Stasera abbiamo preso in carico un bellissimo giovane ragazzo del Sudan. Parlava solo arabo e aveva lo sguardo terrorizzato. Lo abbiamo accompagnato avanti e indietro dal Centro Aiuto per prendere il foglietto che dà diritto all’accesso al ricovero del mezzanino. Attraversava la strada quasi senza guardare, ci siamo domandati cosa mai potesse provare dentro di sé.
    E poi ci sono i cittadini di Milano, quelle persone che hanno deciso di dedicare qualche ora del proprio tempo a “dare una mano”. Hanno scritto una mail e si sono fatti avanti. Mica poco.

    Insomma, Milano.

  9. In sintesi (ma davvero). A proposito di programmi elettorali

    Scartabellando tra le mie cose, ho trovato questi materiali, realizzati nel 2006 come Circolo Archimede in occasione delle elezioni (quelle di Prodi e dell’Unione, per intenderci). Il programma era di 281 pagine e noi ci si era presi la briga di provare a lavoraci un po’ su.

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    Continuo a pensare che fosse una buona strada e che potrebbe valere anche adesso sia per le elezioni nazionali che per quelle regionali.

    Ci proviamo a fare qualcosa di simile?

  10. Quale futuro per i renziani nel PD

    Il post primarie nazionali non è stato e non è indolore per i cosiddetti “renziani” del PD. Al di là della comprensibile delusione per non essere riusciti a centrare l’obiettivo di vincere la sfida con Pierluigi Bersani, i sostenitori di Matteo Renzi con in tasca la tessera del PD (e alcuni anche con qualche ruolo “dirigente” nel partito), si trovano ora a fare i conti con una situazione complessa e di non facile soluzione.

    Matteo Renzi, immediatamente dopo la sconfitta delle primarie, ha chiarito in modo abbastanza inequivocabile (ribadito poi successivamente in diverse occasioni) di non voler dar vita a nessun tipo di corrente organizzata all’interno del PD e di non ambire a una “quota” di “posti”, corrispondente al 40% dei consensi raccolti nella sfida del ballottaggio con il segretario del partito.

    La scelta di Renzi, coerente con quanto più volte ribadito nella campagna elettorale, gli rende onore e gli fa indubbiamente guadagnare un consenso, prima inimmaginabile, tra gli iscritti del partito (insomma, un po’ della serie “a nemico che fugge ponti d’oro”).

    Ma, al contempo, lascia in una sorta di “terra di mezzo” tutti coloro che, dall’interno del partito, lo hanno supportato e sostenuto e hanno affrontato il fuoco (non) amico dei sostenitori di Pierluigi Bersani, particolarmente agguerriti nella competizione delle primarie, soprattutto nei confronti dei compagni di partito.

    L’area di riferimento di Matteo Renzi che si è formata all’interno del PD è, appunto, “un’area”; persone che, con provenienze diverse, si sono ritrovate a sostenere la candidatura del Sindaco di Firenze e a condividerne il filo conduttore della sua campagna per la leadership, il rinnovamento e il cambiamento.
    Un’area riconoscibile per la condivisione di temi e contenuti più che per “appartenenza” a una filiera organizzata.
    Dunque nulla a che vedere con le correnti, più o meno organizzate, che esistono e persistono all’interno del partito.

    In queste condizioni “liquide”, senza poter far riferimento in modo esplicito e lineare al “leader” Matteo Renzi (che si è messo a disposizione del PD per la campagna elettorale ma con un profilo “di servizio”, diverso per forza di cose da quello che tanto entusiasmo aveva suscitato durante le primarie), i “renziani” del PD si trovano a dover gestire la campagna elettorale con una qualche fatica e con il timore (fondato) di veder svaporare il consenso acquisito in fase di primarie, in larga parte “fuori” dal partito. Consenso prezioso e importante per tutto il PD per vincere (bene) le elezioni.
    (E indubbiamente, la scelta di Pietro Ichino – che durante le primarie aveva rappresentato un punto di riferimento importante e qualificante dell’area dei “renziani” – di aderire al progetto “Scelta civica” di Mario Monti, non aiuta, anzi.)

    Quale può dunque essere una possibile strada da percorrere per “l’area Renzi”, in questo importantissimo passaggio delle elezioni?

    E’ abbastanza evidente che le aspettative, l’attenzione, il consenso createsi intorno alla figura del sindaco di Firenze, sono difficilmente trasferibili ad altri.

    Ma è altrettanto chiaro che sia possibile lavorare per tenere insieme le reti territoriali che si sono create durante le primarie. Reti larghe, aperte, formate spesso in maggioranza da non iscritti al PD.

    Provando a presidiare e a promuovere i temi che più hanno caratterizzato la candidatura di Matteo Renzi e che nel PD sono da tempo al centro di una battaglia condotta da una “qualificata minoranza”, che si è riconosciuta in larga parte proprio nella candidatura di Renzi.

    Dando una mano a Pierluigi Bersani, per quanto sarà possibile, a qualificare la proposta del politica del PD, per provare a conservare quel pezzo di elettorato che ora appare confuso e stenta a riconoscere il PD come “partito di riferimento”.
    Nel contesto di una campagna elettorale in cui appare difficile “prendere la scena” in modo propositivo e riconoscibile. E in cui il rischio di essere schiacciati dalla prepotenza mediatica degli avversari non è da sottovalutare.